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Gli statuti, ovvero le leggi che regolamentavano tutti gli usi del comune di Apricale, riformati nel 1267, stabilivano in quale modo dovesse essere amministrata la giustizia, come garantita la proprietà privata, chi dovesse gestire il denaro pubblico, quali reati dovessero essere puniti e come. Gli statuti arrivavano addirittura a sancire, per ogni mestiere, diritti e doveri nei confronti dei clienti. Dicevano quanto potesse essere il prezzo di un paio di scarpe e obbligavano il calzolaio a ricucirle senza spesa per il cliente, in caso si scucissero. Sancivano la quota di pane con cui dovesse essere retribuito un fornaio e stabilivano il prezzo della molitura. Nel caso di furto, le multe erano proporzionate alla gravità del furto.
Se non si aveva il denaro per pagarle, al ladro veniva amputata una parte del corpo: gli statuti consentivano al ladro di decidere quale. Apricale, il borgo di circa 600 abitanti, in provincia di Imperia, arroccato su un poggio della valle Argentina, fu suddito dei conti di Ventimiglia, poi dei Doria. Ma, al tempo stesso, fu anche orgoglioso della propria capacità di autoamministrarsi.
Apricale, il cui nome deriva probabilmente da “aprico”, ovvero “luminoso”, “solare”, solatìo”, passò ai Savoia nel gennaio 1652. I Doria divennero signori di Apricale più o meno contemporaneamente al loro acquisto di Dolceacqua, avvenuto nel 1270. Una signoria, dunque, durata a lungo, benché insidiata dai vicini Grimaldi e dai Savoia che, fin dal principio del XVI secolo, aspiravano a trovare uno sbocco al mare.
Si sa che gli abitanti lavoravano sia sfruttando le risorse boschive, sia allevando ovini e bovini. La coltura dell’ulivo fu, però, sempre, la maggiore risorsa. A metà Ottocento la popolazione contava 2161 anime (nell’anno del primo censimento nazionale: 1861).
Anche oggi l’olio extravergine che si trae dai circa 300 ettari coltivati a ulivo è di ottima qualità, dolce e fruttato, retrogusto di mandorle e acidità inferiore allo 0,5%. Tra i piatti tipici di Apricale c’è la machetusa, una pizza cotta al forno, con pomodori, cipolle, olive e la “machetu”, una specie di pasta di acciughe. La focaccia si prepara con cipolle a fettine e foglie di salvia, mentre, l’estate, il piatto principale è il condizione, una specie di insalata con pomodori e verdure di stagione affettate (di solito cipolla, peperoni, cetrioli, basilico, gambi di sedano). Un tempo, quando sulle pendici intorno ad Apricale si allevavano animali, era molto diffuso il formaggio dal sapore forte noto con il nome di “brussu”, ottenuto con latte di capra cagliato, salato e stagionato. Sono rinomate le frittelle dolci di Apricale, le pansarole.
In anni recenti, proprio per la sua intrinseca bellezza e la particolarità della sua architettura, Apricale è diventato un borgo di artisti. Si sono tenute qui, dal 1990 in avanti, su suggerimento del giornalista Stefano Delfino, alcune rappresentazioni della compagnia genovese Teatro della Tosse, nata dal connubio di due artisti del teatro come Tonino Conte e Lele Luzzati. La piazza di Apricale, infatti, è un palcoscenico naturale. Uno straordinario palcoscenico naturale – si potrebbe aggiungere. Nel 2000 fu rappresentata, sempre a cura del Teatro della Tosse, la Legenda aurea, da Jacopo da Varagine. Nel 2002 – altra rappresentazione memorabile – l’Inferno, dalla Commedia di Dante. |